Palcoscenico

Mi succede, a volte, di divenire spettatrice della mia vita e non più attrice.
Di cambiare ruolo, mettere da parte i costumi e le maschere e, spoglia, accomodarmi sulle poltrone.

Da lì il mio spirito critico si gonfia e gongola, critica gli attori e non si perde nemmeno un passo falso; non solo: fa sorgere dubbi.
Mi chiedo se, il copione da recitare, l’abbia scelto davvero io o se, come nella maggior parte delle compagnie teatrali, l’abbia scelto un regista.
Ma chi è, poi, questo regista? E perché recitiamo le parti che ci ha dato, senza averlo mai visto?

Mi chiedo poi perché io abbia scelto di lavorare proprio in quella compagnia.
Mi chiedo se gli attori con cui mi interfaccio ogni giorno, con cui litigo, rido, faccio l’amore, vivo! siano stati scelti da me.
Ma, quel che più mi dilania, mi chiedo se stiano recitando con me. Saranno sinceri, come me? Io sono totalmente sincera?

Cerco un appiglio, in questa follia, che mi riporti sul palco.
Cerco il mio copione pensando che, se riniziassi a recitare, mi dimenticherei del resto. Ma, a volte, l’appiglio non lo trovo. Sono in mare, l’acqua è alta, troppo alta.
Potrei mettermi a pancia in su, godermi un po’ il sole, galleggiare: ma mi porterebbe solo più alla deriva, lontano da tutti.
Il sole scende dietro l’orizzonte, un tramonto e poi il freddo, la fatica:
il buio.

 

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Farfalla

Dici: delicata come un fiore.
E hai ragione, il fiore si distingue per delicatezza ed eleganza.
Si distingue per la fragilità insita in lui che lo porta a poter essere sfregiato in poco tempo da molte condizioni: il freddo, ad esempio, il vento forte, la mano dell’uomo.

Delicata come un fiore, come esso ti si può solo sfiorare.

Ma io direi delicata come una farfalla, che va di fiore in fiore, gli stessi altresì delicati.
La farfalla non ha radici, vola leggiadra scegliendo la propria strada.
Se gli porgi il dito, essa può anche fidarsi di te, scegliere di riposarsi approfittando del tuo sostegno.
Ma ecco che se il tuo dito smette di essere semplice appoggio e si fa vento forte, ecco che se smetti di volermi solo sostenere e inizi a volermi cambiare, la polvere sulle ali sparisce.
La polverina che permette alla farfalla di volare, leggiadra, di fiore in fiore, di scegliere la sua strada, scompare. Di scegliere dove godere dei raggi del sole e dove rifugiarsi quando c’è tempesta.

E la farfalla, lentamente, muore.

Oltre

Respiriamoci ancora.
Il naso non è soggetto agli inganni come lo è la vista: non si lascia abbindolare dall’apparenza.
Toglimi gli occhiali, annebbiami la vista, insegnami a vedere oltre.
Oltre i difetti, oltre ciò che ci circonda, oltre le immagini che gli altri si fanno di noi.
Respiriamoci, che i polmoni sono vicini al cuore, e se respiri un po’ più forte il cuore fa un sussulto: in medicina lo chiamano soffio al cuore, ma a me piace pensare che il cuore si fermi un istante per riprendersi il fiato che tu hai respirato in eccesso.

Verso la bellezza

Cerco. Di migliorarmi, di migliorare quello che mi sta attorno. Migliorare: cosa significa? Esiste una meta da perseguire in questo percorso pazzo e faticoso? Esiste una perfezione? E, questa perfezione, è sinonimo di cosa?

Forse basterebbe amare l’imperfezione, accettarla, accoglierla e mettersi il cuore in pace. Lasciare un po’ di disordine e ridere tentando di ballarci in mezzo. Lasciare qualcosa in sospeso facendo il limbo per passarci sotto. Forse basterebbe accettarsi e accettare chi amiamo, distogliere un po’ lo sguardo quando qualcosa ci dà noia, guardare oltre, guardare altrove. Verso il 99% restante: verso la bellezza.

Laika

Hai un naso nero, solitamente umido, a cui piace rovistare tra i fili d’erba. Si solleva e guarda all’insù quando tra le mie mani ho qualcosa chiamato cibo, che non ti importa di cosa si tratti, per te sempre cibo è. In questi casi fai una cosa buffissima: muovi quello stesso naso umido a destra e a sinistra, velocemente, e se ti chiedo “lo vuoi?” muovi la testa su e giù. Mi dici di sì, come facciamo noi umani, e mi chiedo proprio come tu abbia fatto a impararlo.

Sotto al naso spunta una linguetta rosa che penso sia muscolosissima, visto che leccare è la tua attività preferita. Perché tu lecchi quando sei felice, ma anche quando hai un po’ paura, forse perché pensi che con la gentilezza si possa calmare anche il nemico più crudele. O, forse, questa è una mia libera interpretazione, ma dato che hai l’animo buono mi piace proprio pensarla così.

I tuoi occhi sono rotondi e tremendamente espressivi: le sopracciglia si muovono, si inarcano, si abbassano, fanno giravolte per far trasparire il tuo stato d’animo; e quando le abbassi sei irresistibile. Quando le sollevi contagi di allegria.

Sei tanto bella quanto buffa, Laika: ti ritrovi due orecchie paraboliche, che Dumbo doveva essere un tuo lontano parente. Quando le allarghi tutte ricordi un pipistrello e questo fa sempre ridere tutti. Sono morbide ed estremamente funzionali: quando corri le metti in modalità aerodinamica e allora vai velocissimo, quando vuoi le coccole le abbassi per prenderti la carezza per intero, quando sei attenta fanno questa cosa tenerissima: si alzano, ma la punta resta rivolta verso il basso e allora sembri un perfetto cartone animato.

Sei buffa perché ami i gatti, un po’ meno i cani.

Amo quando mi parli: lo fai davvero. Mi affaccio alla finestra e cominci a produrre suoni strani, che sfociano poi in un abbaiare acuto, che fai solo in questi casi. Vorrei tanto sapere cosa vuoi dirmi: io, vorrei dirti che sei una cagnolina super.

Hai il musetto ricco di peli bianchi, ora, e il tuo cuore, un mese fa, ha rischiato di non farcela. Le orecchie erano orizzontali, tu non le tieni mai così, e tremavi forte nonostante fossi davanti al camino: di solito fingi di tremare solo perché sai che così puoi entrare in casa. Ma, soprattutto, non mi leccavi, perché a malapena riuscivi a respirare. Allora ti ho sussurrato nell’orecchio di resistere e io penso tu mi abbia ascoltato.

In quel momento, per me, tutti si è fermato: la terra avrebbe anche potuto cambiare il senso di direzione, perché in me era già cambiato. Ho posato su una bilancia tutte le cose importanti e quelle che lo erano di meno, tu pesavi tantissimo. Non so spiegare cosa si scateni in me, quali siano i meccanismi per cui un animale diventi parte di una famiglia e sappia insegnarti molto su come vivere, seppur senza parlare.

Laika è il primo cane ad essere atterrato sulla luna, tu sei la prima ad essere atterrata nel mio cuore.

Tornare

Ci vuole coraggio. Ci vuole tempo. Ci vuole costanza. Ci vuole speranza, sempre. Ma a volte, un po’ di più. A volte le distanze si fanno così grandi che tornare sembra difficile, difficilissimo, a volte sembra impossibile. E ti viene da mollare tutto, perché alla fine è la cosa più semplice da fare. Ti viene da rifugiarti, ripiegarti su te stessa invertendo il moto della direzione: torni verso di te e non verso la meta. Torni su di te, con te; sola.

Ho avuto paura. Ho avuto voglia di scappare, di farmi sopraffare da tutto il resto, di farmi convincere che non ne valesse la pena. Che il non avere, in fondo, un obiettivo ben preciso fosse già un ottima scusa per mollare.

Perché scrivi? Ti pagano“. “Mmh no, a dire il vero, lo faccio perché mi piace”. “E cosa scrivi? Di viaggi? O sei una fashionblogger?“. “No no, nulla di tutto ciò, insomma scrivo qualche mia riflessione, qualche mio pensiero…”. “Ah“.

Sì. Ah. Non è nulla di interessante, probabilmente, non porterà a un bel niente, probabilmente. Ma mi piace. E per lo stesso motivo mi dedico all’handlettering, su Instagram. Sono brava? Potrei dire di no. Ma mi piace. E mi piace leggervi, leggere le vostre riflessioni, i vostri racconti. Ridere con voi.

Mi sento presuntuosa a dirvi “scusatemi per l’assenza, sono capitate un po’ di cose e tutto mi ha travolta. Scusatemi se ho avuto paura, se i cambiamenti mi destabilizzano e metto in dubbio poi ogni cosa, ogni parte di me e di quel che faccio. Scusatemi soprattutto perché non vi ho più letti, seppur vi abbia pensati, e pensandovi il senso di colpa aumentasse. Vorrei sapere, ora, ogni cosa di voi, come state, quali cose mi sono persa”.

Mi sembra presuntuoso perché, alla fine, chi sono io. Una ragazza oltre uno schermo.

Però oggi ho deciso di avere coraggio, ed essere presuntuosa.

Figure di merda (pt. 1)

Perché le figure di merda sono sempre così belle da raccontare 😂

Dal dottore:

– Prego, si accomodi pure.

– Grazie.

– Bevi l’acqua?

(Tra me e me, con la faccia da ebete: certo, bevo l’acqua, ma me la sta offrendo? Avrei sete ma ce l’ho in borsa e comunque che domanda è e dove la prenderebbe questa acqua…)

– Scusi il suo cognome, Bevilacqua?

– Ahh sì, cioè nono, Venturino, mi scusi.

Ma che poi sì cosa? Ma scusa de che? 

Nemmeno un giorno

Vorrei non perdere nemmeno un giorno, un giorno in cui poter fare qualcosa che sia veramente utile.

Vorrei non perdermi nemmeno un giorno, non dico minuti, esagererei, ogni tanto mi piace anche rallentare, mi piace dormire; ma vorrei non perdermi alcuna occasione che mi faccia poi sentire fiera. Soddisfatta, di me.

Mi piace vivere al centro della bufera composta dagli impegni, giornate turbolente in cui ci si ferma solo per respirare un po’ più a fondo. Perché sono queste le giornate che, quando partono, ti chiedi come farai a concluderle, se ne uscirai viva: ma poi, magicamente, finiscono, lasciandoti piena, come pieno era il tuo tempo.

Tempo fa scrissi: “Mi piacerebbe avere un’altra vita, non una diversa, ma una in più. Perché no, due, tre, quattro, fino a scoppiare – di vita”.

Un’altra vita, una in più, per essere qualcosa in più rispetto a ciò che sono. Sdoppiarmi, accontentando ogni mia contraddizione.

Allo stesso tempo ecco che mi ritorna in mente la solita domanda: e chi, le giornate, è obbligato a passarle vuote? E chi, un’altra vita, non ha nemmeno la capacità di immaginarsela? Perché noi dobbiamo avere sempre grandi ideali, grandi obiettivi per la nostra vita, mentre c’è chi, la sua vita, non sa nemmeno abbia un valore?

Quanto ci costa un giorno perso?

E quanto costa, al mondo, un nostro giorno perso?

Saper filtrare

Saper filtrare, saper lasciare andare. Come una bustina di garza, quelle del thè: sanno lasciarsi trapassare dall’acqua, senza mai scomporsi; sanno lasciar andare l’essenza, tingendo l’acqua, senza mai perdere il loro corpo.

Sapersi lasciare trapassare, proprio in senso letterario, dalle parole, con un dolore forte allo stomaco e il cuore che batte un po’ di più: ma senza scomporsi. Saper lasciare andare, fare scivolare – trasudare – le critiche non costruttive, non fondate.

Saper distinguere il nocciolo della rabbia tra il vociare chiassoso e confuso, saper tirare le fila di un discorso che sembra andare alla deriva: saperlo riportare a riva, farlo ricongiungere con le nostre braccia.

Per tutto questo,

ancora,

lavori in corso.